Una delle ragioni principali della perdurante spaccatura tra scienza medica convenzionale e chiropratica è la natura contrastante dei loro fondamenti filosofici. Nella cultura occidentale, le “verità” filosofiche sono convalidate mediante un processo che si vale della metodologia scientifica. Le "verità" correlate alla scienza della salute, fino a poco tempo fa, sono state generate esclusivamente mediante ricerche condotte da biologi organismici, cellulari e molecolari, biochimici, farmacologi e medici. Di conseguenza, la chiropratica si è trovata in svantaggio nella sua aspirazione a un riconoscimento quale valida arte di guarigione. Tuttavia, la ricerca d’avanguardia negli ambiti della biologia cellulare e molecolare è oggi foriera di un radicale distacco dalle sue teorie tradizionali e sta a sua volta formulando una nuova filosofia.

Il “mission statement” della Scienza Moderna fu definito dal filosofo inglese Francis Bacon e adottato poco dopo la Rivoluzione Scientifica (1543). Secondo questo principio, lo scopo della scienza era “controllare e dominare la Natura”. La finalità principale dell’indagine scientifica era acquisire una comprensione delle “leggi naturali” dell’azione corporea. Attraverso questo processo, ci si aspettava che l’uomo avrebbe conquistato il dominio della Natura.

Prima che gli uomini riuscissero a “controllare” la Natura, era necessario individuare che cosa “controlla” l’espressione di un organismo vivente. La civiltà occidentale ha concentrato la sua attenzione su due fonti reciprocamente esclusive di tale “controllo”. Una fonte di controllo esterna e una interna. Queste due filosofie contrastanti furono elaborate per la prima volta nel corso dell’Età dell’Oro in Grecia. Platone suddivide gli esseri umani in due parti: corpo e anima.

L’anima è generalmente considerata un’entità correlata al corpo, ma da esso distinguibile: la parte spirituale dell’essere umano, che ne anima l’esistenza fisica e sopravvive alla morte. Spesso denominata psiche, spirito o forza vitale, rappresenta un forza vitalizzante esterna che attiva l’organismo umano.

I seguaci di Democrito, detti atomisti, invece, erano convinti che gli organismi viventi fossero strutture di tipo “meccanico” costituite di atomi. Le caratteristiche e la qualità della vita, sostenevano, erano controllati dall’interazione degli atomi fisici che componevano il corpo. Gli atomisti erano “materialisti” per i quali la vita era controllata dalla chimica interna. Di conseguenza essi rifiutavano qualunque giustificazione soprannaturale del comportamento umano. In più, la loro percezione di una qualità meccanica della vita portò al concetto di guarigione come processo “meccanicistico”.

Il dibattito sulle forze che controllano la vita – se materiali o spirituali – raggiunse il culmine nel XIX secolo. All’epoca gli scienziati favorevoli all’idea del controllo “spirituale” si erano ormai ribattezzati “vitalisti”. Stando alla definizione del Merriam-Webster, il vitalismo è la dottrina secondo la quale i processi vitali non possono essere spiegati soltanto dalle leggi della fisica e della chimica e la vita è in certa misura autodeterminante. I vitalisti sostenevano che nel “controllo” della struttura e della funzione dell’organismo era implicato un qualche fattore vitale, distinto dai fattori fisiochimici. Poiché la definizione di vitalismo ne pone l’essenza al di là delle leggi della fisica (della misurabilità), i meccanismi vitalistici si situavano al di fuori dei parametri definiti per la scienza moderna. Malgrado la sua natura metafisica, il vitalismo era ancora sostenuto da molti scienziati tradizionali del XIX secolo.

Il sostegno a questa visione filosofica fu fortemente minato nel 1859, quando Charles Darwin pubblicò la sua Origine delle specie. Nel suo trattato sulla teoria dell’evoluzione, Darwin evidenziava come "fattori ereditari" interni (l’esistenza dei geni non era ancora stata scoperta) fossero responsabili delle caratteristiche delle specie in evoluzione. Nel giro di un decennio, la teoria darwiniana fu abbracciata dalla maggioranza degli scienziati convenzionali. La teoria di Darwin dell’evoluzione negava il ruolo dello spirito o forza vitale nello svolgimento della vita su questo pianeta. Di conseguenza, gli scienziati si concentrarono, con miope esclusività, sulla ricerca degli elementi materiali interni che “controllavano” gli organismi biologici.

D. D. Palmer era molto sensibile al disagio degli scienziati di fronte ai concetti correlati allo spirito e alle forze vitali. Nel formulare la scienza originaria della chiropratica, coniò i termini Intelligenza Universale e Intelligenza Innata per riferirsi all’intelligenza organizzatrice intrinseca dell’universo e della vita.

“Nei primi anni della Chiropratica ho usato i termini Innato (Spirito), Intelligenza Innata (intelletto spirituale), Intelligenza Universale (Dio) perché erano esaurienti e il mondo non era pronto ad accettare i vocaboli indicati tra parentesi. Perfino ora può essere prematuro usarli.” (pag. 542, The Science, Art and Philosophy of Chiropractic).

Poiché il vitalismo è il nucleo della filosofia chiropratica, e poiché il vitalismo è percepito come metafisica, la filosofia chiropratica non è riconosciuta dalla scienza medica convenzionale. Benché, tuttavia, la medicina moderna consideri la chiropratica “non scientifica”, non ha potuto ignorare il gran numero di suoi pazienti che sempre più si rivolgono con soddisfazione a questa forma di assistenza. Il successo della chiropratica in anni recenti ha alimentato l’antagonismo tra medici convenzionali e chiropratici. Gli scienziati dediti alla ricerca in ambito biomedico hanno difficoltà a spiegare l’efficacia della manipolazione chiropratica, in quanto essa contraddice direttamente le conoscenze attuali in merito ai meccanismi biologici di “controllo”.

Da quando è stata scoperta la natura del DNA, la scienza biomedica è stata fondata sulla convinzione che la struttura, la funzione e la salute di un organismo siano direttamente o indirettamente regolate dai suoi geni. Ciò ha condotto al concetto di Supremazia del DNA, la convinzione che i nostri tratti fisici e comportamentali siano controllati dal codice genetico. Gli scienziati hanno poi compiuto un passo ulteriore, sviluppando in seguito l’idea di determinismo genetico, la nozione secondo cui la nostra salute e il nostro destino sono “predeterminati” nel nostro codice ereditario. Di conseguenza, il fatto che una manipolazione chiropratica “esterna” possa alterare l’espressione del sistema disturba la medicina convenzionale.

Una principale fonte di disaccordo tra i professionisti della medicina allopatica e quelli della chirorpatica appare evidente non appena si consideri come ciascuna delle due professioni percepisce il flusso di informazioni nei sistemi viventi. Per la medicina allopatica, lo schema è il seguente. I geni rappresentano la fonte di controllo interna. L’espressione cellulare gene-mediata di tessuti periferici e organismi è trasmessa internamente al midollo spinale. Poi queste informazioni sono inviate, risalendo il midollo, al cervello. Essenzialmente questo percorso può essere descritto così: Esterno>Interno>(dal)Basso>(verso l’)Alto (E-I-B-A).

Al contrario, la filosofia fondamentale della chiropratica, quale fu definita da D. D. Palmer (prima di essere modificata da B. J. Palmer), percepisce il flusso di informazioni a partire da una fonte esterna, l’Intelligenza Universale. Ogni singolo essere ha bisogno di un porzione eterna “metamerizzata” – il cosiddetto Innato – di quella intelligenza (pagg. 494 e 496, The Science, Art and Philosophy of Chiropractic). Benché l’Innato non sia localizzato, la sua sede di controllo è il cervello. Dal cervello l’Intelligenza Innata viaggia lungo il midollo spinale e, dal midollo spinale, verso la periferia, un percorso che si può sintetizzare come Alto>Basso>Interno>Esterno (A-B-I-E).

Il nodo cruciale della controversia risiede nel fondamento filosofico di ciascuna pratica. Il principio A-B-I-E della chiropratica è diametralmente opposto a quello E-I-B-A della medicina. E poiché “la ragione è del più forte”, la popolosa compagine della scienza convenzionale sostiene l’incontestabilità del proprio dogma e sconfessa le convinzioni del gruppo meno numeroso dei chirorpatici.

Oggi, tuttavia, è nell’aria un profondo cambiamento filosofico. La ricerca d’avanguardia in biologia cellulare e molecolare sta attualmente offrendo una comprensione radicalmente nuova dei meccanismi che “controllano” vita ed evoluzione. Questi nuovi risultati finiranno inevitabilmente con l’integrare e unificare le verità di ricercatori biomedici e chiropratici.

La ricerca medica convenzionale ha sottolineato che i geni sono gli elementi responsabili di “controllare” salute e malattia. Il dogma della Supremazia del DNA implica che i geni siano elementi autoregolatori. Fondamentale per questo presupposto è la loro capacità di “controllare” la propria espressione. Per definizione, i geni devono essere in grado di attivarsi e disattivarsi, come suggerisce per esempio l’espressione secondo cui un oncogene, un gene tumorale, “si attiva”.

Tuttavia, la nozione di Supremazia del DNA è stata messa fortemente in discussione dalla ricerca attuale, secondo cui l’esistenza di una proprietà autoregolatoria dei geni è un assunto palesemente scorretto. Un importante articolo di H. F. Nijhout (“Metaphors and the Role of Genes in Development”, BioEssays 12:441, 1990) descrive come i concetti riguardanti “controlli” e “programmi” genetici fossero stati originariamente formulati con valenza metaforica, per aiutare a definire e indirizzare percorsi di ricerca. L’ampia ripetizione di questa avvincente ipotesi, nel tempo, ha fatto sì che la “metafora del modello” diventasse la “verità del meccanismo”, malgrado l’assenza di dati scientifici a sostegno.

Nijhout, in modo conciso ed elegante, ha ridefinito come segue la verità delle cose: "Quando vi è il fabbisogno di un certo prodotto genetico, un segnale dal suo ambiente, non una proprietà di autoemergenza del gene stesso, attiva l’espressione di quel gene.” In poche parole, un gene non può attivarsi o disattivarsi da solo, dipende invece da un segnale del suo ambiente per il controllo della sua espressione. Certamente i geni sono coinvolti nella struttura e nel comportamento di un organismo, ma non sono la fonte del “controllo”.

L’espressione dei geni è sotto l’influenza di proteine specializzate dette “regolatrici”. Queste si legano al DNA e mascherano l’attività genetica. Perché un gene specifico sia attivato, le sue proteine regolatrici devono essere rimosse dal filamento di DNA. L’annessione e la rimozione delle proteine regolatrici sono controllate da segnali “ambientali”. Anziché sostenere la Supremazia del DNA, è più corretto riconoscere la Supremazia dell’ambiente come determinante nel dar forma all’espressione biologica.

Il fatto che il nucleo cellulare e i geni che contiene non rappresentino l’elemento regolatore o “cervello” della cellula può essere facilmente verificato in studi nei quali la cellula è strutturalmente o funzionalmente enucleata. Le cellule utilizzate in tali esperimenti continuano a esprimere repertori comportamentali complessi e interazioni finalizzate con il loro ambiente e possono sopravvivere per mesi malgrado l’assenza di geni funzionali. Di conseguenza, i geni non possono essere invocati come elementi di “controllo” nella regolazione del comportamento cellulare.

Anche se i geni non sono autoregolatori, essi codificano le caratteristiche del nostro organismo. Tutti i nostri geni derivano dal DNA parentale, pertanto si potrebbe comunque sostenere che la nostra espressione (fisiologia, salute, comportamento) sia “predeterminata” dalla nostra eredità genetica. Ma anche questa asserzione, ormai, si è persa per strada. Nel 1988, il genetista John Cairns ha pubblicato quello che, da allora, è divenuto un articolo rivoluzionario: “On the Origin Of Mutants” (Nature 335:142, 1988). Cairns ha riconosciuto che le mutazioni genetiche non erano unicamente il risultato di eventi chimici casuali come oggi perlopiù si pensa.

Egli ha posto dei batteri con un’anomalia del gene relativo all’enzima lattasi in capsule di Petri che contenevano solo lattosio come fonte di sostentamento. I batteri mutanti non erano in grado di metabolizzare il substrato. Dopo un breve periodo, i batteri stressati, non replicanti, hanno cominciato a crescere e a proliferare. All’esame, si è scoperto che avevano mutato specificamente il gene che non rispondeva alla lattasi e riparato la sua funzione. La ricerca di Cairns ha rivelato che, in risposta a stress ambientali, gli organismi possono attivamente indurre mutazioni genetiche di geni selezionati nel tentativo di sopravvivere. Queste mutazioni rappresenterebbero “adattamenti” meccanici indotti dalla risposta dell’organismo all’esperienza.

Anche se i risultati di Cairns sono stati veementemente contestati dai tradizionalisti, Harris et al. hanno presentato un meccanismo molecolare che rende ragione delle sue osservazioni in un articolo intitolato “Recombination in Adaptive Mutation” (Science 264:258, 1994). Quest’ultima pubblicazione ha rivelato che organismi primitivi come i batteri contengono “geni per l’ingegneria genetica”.

A questa classe di geni di recente individuazione l’organismo può accedere attivamente allo scopo di mutare selettivamente i geni esistenti. Attraverso efficaci mutazioni “adattive” di geni selezionati, gli organismi sono in grado di creare nuove proteine, la cui struttura o funzione alterata può consentire una migliore opportunità di sopravvivenza rispetto agli stress ambientali.

Sulla base di questa nuova prospettiva, David Thaler ha pubblicato un importante articolo revisionista dal titolo “The Evolution of Genetic Intelligence” (Science 264:224, 1994). Secondo la sua visione innovativa, Thaler riconosce che l’espressione biologica è attivamente definita dalla percezione che l’individuo ha della propria esperienza di vita. Egli sottolinea l’importanza della percezione, non solo per la sua capacità di regolare l’espressione dell’organismo commutando dinamicamente i programmi genetici, ma anche per la sua capacità di indurre la “riscrittura” di programmi genetici esistenti in vista di un migliore adattamento agli stress ambientali.

In prospettiva, la visione emergente della biomedicina convenzionale rivela un profondo cambiamento nei principi fondamentali. La Supremazia del DNA va cedendo il posto alla Supremazia dell’ambiente. Essenzialmente, la scienza convenzionale ha spostato la fonte del controllo intelligente dai geni interni ai “segnali” ambientali esterni. E questi segnali “ambientali” regolatori sembrano essere, in parte, correlati ai concetti di Intelligenza Universale e Intelligenza Innata di D. D. Palmer.

Inoltre, è stato dimostrato che, in risposta all’esperienza, l’organismo può attivamente alterare i programmi genetici “innati” quale mezzo di adattamento meccanico a condizioni ambientali percepite. Quando la percezione dell’ambiente è condizionata dal cervello “educato”, dall’intelligenza “acquisita”, questa può disturbare o preoccupare quella Innata selezionando programmi genetici inadeguati e producendo la malattia. La medicina convenzionale sta oggi giungendo a riconoscere che l’intelligenza “acquisita” può anche indurre una riscrittura (mutazione) dei programmi innati. Di conseguenza, un condizionamento percettivo da parte del cervello “educato” può condurre a disfunzione genetica e neoplasia.

Tra le fila degli allopatici è chiaramente in atto uno sconvolgimento del pensiero convenzionale. L’aspetto interessante di queste nuove considerazioni è che stanno avvicinando maggiormente la biomedicina convenzionale alla filosofia chiropratica originaria di D. D. Palmer. L’unicità della chiropratica risiede nel suo fondamento vitalistico. La ricerca d’avanguardia in ambito cellulare e molecolare dimostra oggi che la chirorpatica dovrebbe accettare e promuovere le sue radici vitalistiche. 

 

Bruce H. Lipton, Ph.D.

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